L’intervista

L’intervista

Soft & Green incontra Alex Giordano, docente di Marketing e Trasformazione Digitale all’Università Federico II di Napoli.

Soft & Green ha chiesto ad Alex Giordano, docente di Marketing e Trasformazione Digitale all’Università Federico II di Napoli, una riflessione sul rapporto tra uomo e tecnologia.

La rapida trasformazione digitale alla quale stiamo assistendo è uno strumento che può aiutare la transizione verso un futuro migliore?

Ci sono due rapide evoluzioni in corso: una è quella dello sviluppo delle tecnologie e l’altra invece ha a che fare con l’uso. In realtà, rispetto all’architettura profonda, i computer non hanno subito un cambiamento così radicale negli ultimi 50 anni: è sicuramente aumentata la facilità di utilizzo delle macchine, la loro propensione a essere comprese e usate dagli esseri umani, che dipende interamente dal fatto che la potenza dei processori e la capacità delle memorie sono cresciute esponenzialmente. 

I computer sono diventati sempre più potenti, tanto che per esempio l’iPad 2 ha pressappoco la capacità di calcolo del Cray 2, il supercomputer che nel 1985 era il più potente al mondo. Vale la pena forse ricordare che il Cray costava 35 milioni di dollari più dell’iPad. Se oggi costruissimo l’iPhone utilizzando gli stessi componenti e le stessa tecnologia usata per l’ENIAC (Electonic Numerica Integrator and Computer), il primo computer interamente elettronico general purpose messo in funzione nel 1945, il telefono sarebbe grande più o meno quanto 170 Vertical Assembly Building (il più grande edificio per volume a un solo piano del mondo) e peserebbe quanto 2500 portaerei classe Nimitz per un totale di circa 50mila miliardi di dollari, cioè circa il PIL dell’intero pianeta. Quindi lo smartphone che portiamo in tasca è un supercomputer interamente programmabile con cui si possiamo fare cose pazzesche (potrebbe decifrare la crittografia Enigma o progettare bombe atomiche), ma alla fine li usiamo per farci i selfie nelle champagnerie o per guardare le foto dei colleghi in costume.

Quando si parla di tecno-accelerazione le opinioni sono differenti e alcuni temono possano esserci forti criticità rispetto alla libertà delle persone, all’organizzazione del lavoro… Come cambierà il rapporto uomo-tecnologia?

Oggi sono circa 5 miliardi le persone connesse a Internet e ogni minuto si fanno centinaia di migliaia di ricerche su Google e di post su Facebook, che contengono informazioni che rivelano dove siamo, cosa facciamo, con chi siamo, cosa proviamo e come pensiamo. Con l’IoT entro 10 anni avremo 150 miliardi di sensori connessi in rete, 20 volte il numero di persone sulla Terra. Anche l’intelligenza artificiale sta facendo progressi mozzafiato, soprattutto attraverso l’automazione dell’analisi dei dati. Già oggi il 70% di tutte le transazioni finanziarie è effettuato da algoritmi e il contenuto delle news è generato automaticamente. Fra il 2020 e il 2060 i supercomputer sorpasseranno le capacità umane in moltissime aree. Entro un decennio il lavoro ‘comune’ sarà sostituito dalla tecnologia e oltre metà dei lavori attuali saranno scomparsi. Peccato che al momento questa grande ricchezza sia prodotta in modo collettivo mentre i benefici economici vengano divisi tra pochi soggetti tanto potenti da incidere addirittura sulle dinamiche della geopolitica. Inoltre, questi processi di innovazione non hanno avuto (per ora) alcuna forma di governo e orientamento così che le innovazioni tendenzialmente non sono state finalizzate ad affrontare le grandi sfide sociali. Anzi, il gigantesco business che si sta producendo intorno alle innovazioni viene accumulato e non reinvestito generando grandi differenze sociali. Mi auguro che soprattutto questo cambi radicalmente.

Il cambiamento in atto, per avere effetti positivi, richiede una buona conoscenza delle tecnologie. Naturalmente questo non significa che dobbiamo diventare tutti dei tecnici, ma essere tutti un po’ più tecnologici. Quali sono i maggiori ostacoli da superare?

Secondo me siamo di fronte a un grande deficit culturale: da una parte le scienze, come la matematica e l’astronomia, hanno fatto tante scoperte e dall’altra è generalizzato un sapere che si basa su discipline codificate e ferme al secolo scorso. In questo modo le persone non sono educate né preparate a vivere la complessità di oggi. In realtà il grande filosofo francese Bernard Stiegler, che ci ha lasciato pochi mesi fa, dice che l’industrializzazione e lo sviluppo della tecnologia hanno prodotto una progressiva riduzione dei saperi del genere umano perché abbiamo affidato questi nostri saperi alle macchine e agli strumenti.  Come dice Stiegler, per combattere questo processo inesorabile non è assolutamente necessario opporsi alla tecnologia, anche perché non è possibile farlo. Serve invece sviluppare un altro rapporto con l’industria e la tecnologia, facendo diventare media, macchine, strumenti e dispositivi gli strumenti del saper-fare e del sapere industriale. Importantissimo inoltre produrre teorie che sappiano inventare o utilizzare nuovi modelli economici, nuovi modelli di ricostruzione dello spazio fisico e sociale. Serve diffondere a tutti i livelli una nuova conoscenza che aiuti a vedere e ad accogliere la complessità. E questo è anche l’unico modo, secondo me, per non limitarsi a subire scelte altrui; ed è il modo che ci può aiutare ad andare oltre quell’accesso solitario e autoreferenziale alle tecnologie che è la nostra esperienza quotidiana.

Per concludere, l’espressione “tech for good”, quasi sconosciuta fino a qualche mese fa, mette al centro dell’attenzione l’utilizzo etico e responsabile della tecnologia. Cosa ne pensa? Nel modello del Societing 4.0 che stiamo elaborando e sperimentando, l’innovazione tecnologica e quella sociale sono necessariamente collegate. In questo modello le tecnologie sono pensate e utilizzate come il mezzo per immaginare, insieme ai giovani, agli artigiani, alle piccole imprese, agli imprenditori sociali, alle startup, alla ricerca 4.0 e alle istituzioni un senso diverso della produzione, del lavoro, dell’ambiente e della società diventando, quindi, la chiave dello sviluppo sostenibile, a tutela della biodiversità, dell’ambiente e delle persone. Questo è il grande potenziale che intravedo nell’uso delle tecnologie e in questo senso l’uso delle tecnologie diventa etico. Penso che in questo l’intelligenza collettiva abbia un importante ruolo anche per lo sviluppo di soluzioni ecologiche. Trovo molto interessante che oggi i temi chiave, peraltro tra loro intrecciati nelle visioni politiche dell’Europa e anche dell’Italia, siano la transizione digitale e la transizione ecologica.È dalla combinazione di persone e macchine, organizzazioni e reti, che si può pensare a modi radicalmente nuovi per risolvere problemi complessi, identificando con maggiore rapidità gli inconvenienti e combinando le risorse in maniere inedite. A me pare che per questi cambiamenti necessari le tecnologie possano avere un ruolo chiave e credo che per supportare questi processi occorra favorire insieme l’apprendimento individuale e quello collettivo.

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