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Quando la resilienza è trasformativa

La pandemia da Covid-19 è un evento destinato a produrre impatti sociali ed economici di lunga durata. Qualcuno ha addirittura coniato il termine “covidico” per identificare una sorta di nuova periodizzazione: un’era pre-Covid da contrapporre a un’era post-Covid. Si vedrà. Certo è che pensando al futuro molti ritengono che questa esperienza drammatica possa costituire (e debba necessariamente costituire) anche una straordinaria occasione di cambiamento. L’ulteriore campanello d’allarme da cogliere per lanciare uno sviluppo realmente sostenibile.

Per indicare questo necessario processo si è ricorso anche al concetto di resilienza trasformativa. Lo ha fatto, ad esempio, il “Joint Research Center” (JRC) della Commissione europea in un recente studio nel quale sono state individuate le cinque dimensioni per una resilienza veramente trasformativa: prevenire, preparare, proteggere, promuovere e trasformare. La prevenzione e la preparazione sono state finora insufficienti e quindi sarà necessario investire più risorse su questi due fronti. Anche la protezione non ha avuto la necessaria attenzione. Nella quarta dimensione, la promozione, è insito il tema dell’educazione. Diventa fondamentale quindi insegnare la cultura della sostenibilità, quella che permette di arrivare al quinto punto: la trasformazione di processi, prodotti, comportamenti.

Anche prima di questa crisi si sapeva quanto il mondo fosse interdipendente, ma oggi l’esperienza Covid ci ha fatto vivere concretamente gli effetti di questa realtà. Di come il famoso “effetto farfalla” – Può, il batter d’ali di una farfalla in Brasile, provocare un tornado in Texas? – in un mondo in cui le distanze di tempo e di spazio sono state annullate (almeno fino all’era pre-Covid), sia un dato reale da cui partire e con cui confrontarsi. Con strumenti nuovi che implicano una visione più sistemica e una migliore capacità di ascolto. Il tempo che abbiamo davanti è il tempo del realismo e della responsabilità.